Abruzzo

Dallo zafferano abruzzese una cura contro le malattie genetiche della vista

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PESCARA. Si è tenuto lunedì, a Pescara, l’Oscar Pomilio Forum 2014 - L’era della fiducia. Etica e merito per ripartire, in cui si è riflettuto sul “ruolo di etica e merito come strumenti per lo sviluppo di un nuovo modello di benessere, che riconosca nei fondamentali valori civili e morali – trasparenza, partecipazione, rispetto dei diritti umani – il parametro di costruzione per una rinnovata economia della felicità”.

 

Premiato con l’Ethic Award, per la ricerca, Benedetto Falsini, oftalmologo dell’Università Cattolica di Roma che, grazie anche al sostegno di Telethon, sta portando avanti uno studio per la cura delle degenerazioni retiniche a base di zafferano.

Se la sperimentazione con la preziosa pianta abruzzese continuerà a dare risultati positivi potrebbe portare ad una cura, economica e semplice, per quelle degenerazioni retiniche, come la maculopatia senile e miopica o la retinite pigmentosa, che portano alla cecità milioni di persone.

 

Gli studi di Falsini, ricercatore del National Health Institute di Washington e responsabile del centro di degenerazioni retiniche ereditarie, del laboratorio di Neurofisiologia della visione e del centro di Neuroftalmologia pediatrica del Gemelli di Roma, si sono incrociati con quelli di Silvia Bisti, professore ordinario del dipartimento di Scienze cliniche applicate e biotecnologiche all’Università degli Studi dell’Aquila. Per ritardare il più possibile la perdita della vista e per dare il tempo alla scienza di trovare strategie di cure definitive, si legge nella descrizione Telethon del progetto, la Bisti si è messa a studiare quali sostanze potessero avere gli effetti che stava cercando. Lavorando all’Aquila si è inevitabilmente trovata tra le mani il Crocus sativus, lo zafferano, di cui l’Abruzzo è tra i principali produttori mondiali e che, già nell’antichità, veniva usato nella medicina tradizionale. Pare, infatti, che Cleopatra lo mettesse addirittura nell’acqua del suo bagno. La professoressa aquilana inizia così i suoi esperimenti con i ratti albini, notando come lo zafferano protegga gli animali dai danni luminosi, molto più del beta-carotene fino ad allora utilizzato. Ha così richiesto la collaborazione di alcuni colleghi australiani e, insieme a loro, ha scoperto che lo zafferano è in grado di influire sull’attività di diversi geni. Esistono, però, diversi tipi di zafferano, preparati in modo differente, ma dai test condotti sinora sembra che quello abruzzese sia l’unico ad avere un effetto protettivo sulla retina.

 

Quando la Bisti parla a Falsini delle sue scoperte, decidono insieme di testarne l’efficacia su persone affette da degenerazione maculata legata all’età. Si avvalgono così della collaborazione di una ditta locale, a cui danno il compito di preparare le pasticche di zafferano per la sperimentazione.

 

«La prima sperimentazione su 30 pazienti» racconta Falsini sul sito di Telethon «ha risultati insperati: persone che prima non riuscivano a leggere riescono a farlo. Per chi da anni vede questi pazienti il risultato è una grande soddisfazione, ma anche fonte di grandi preoccupazioni. Bisogna provare a replicare il risultato, confermarlo, avere la certezza che sia davvero un effetto dello zafferano». «Non bisogna illudere le persone» aggiunge il ricercatore «chi sa che non ha speranze è disposto ad assumere qualsiasi cosa, ad andare al supermercato e a fare incetta di tutto lo zafferano presente sul bancone. Anche se l’unico che ha dimostrato una qualche efficacia è quello abruzzese e non è assolutamente detto, anzi è altamente improbabile, che quello che troveranno sul bancone abbia qualche effetto. Per un ricercatore tutto questo potrebbe anche significare perdere una credibilità acquisita faticosamente negli anni».

 

Il terribile sisma che ha colpito L’Aquila nel 2009 ha distrutto la maggior parte del lavoro della Bisti. Nonostante l’assenza di alcun tipo di supporto pubblico, il gruppo riprende le sue ricerche e arrivano anche i primi finanziamenti di Telethon per sperimentare lo zafferano su malati con sindrome di Stargardt, la forma più comune di degenerazione maculare ereditaria, che colpisce una persona su 10 mila, si manifesta a partire dall’adolescenza e porta alla diminuzione progressiva della vista, fino ad arrivare alla cecità.

 

Le ricerche di Falsini e Bisti continuano adesso su due fronti: nel laboratorio dell’Università Cattolica vengono esaminati e trattati i pazienti, mentre, in quello dell'Università dell'Aquila, vengono testati e trattati topi transgenici con knock-out genetico del gene ABCR, le cui mutazioni causano le degenerazioni retiniche.

 

Maria Caterina De Blasis