Domenica 19 Maggio 2019

Attualità 08:00

Da Auschwitz a Civitella Roveto: il racconto degli anni spezzati di Piero Terracina

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CIVITELLA ROVETO. «Vedevamo fiamme e scintille, erano i nostri morti, era un popolo che stava bruciando». Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti allo sterminio di Auschwitz, ha raccontato così la Shoah a quasi 200 ragazzi delle scuole medie rovetane.

Un incontro, quello organizzato dall’Associazione Culturale “Il Liri” in collaborazione con l’Anpi Marsica e inserito all’interno del “Progetto Memoria” del Dipartimento Cultura della Comunità Ebraica di Roma, che ha emozionato e sconvolto. «Devo raccontarvi l’inferno» ha esordito il testimone diretto di una delle pagine più buie della storia dell’umanità «ma è importante fare memoria perché la memoria, a differenza del ricordo che termina con la persona, è come un filo che parte dal passato e si proietta nel futuro».

 

Terracina, con la voce rotta a volte dalla commozione altre dall’indignazione, ha ripercorso passo dopo passo la sua vita spezzata dalla dittatura fascista di Mussolini, dalle leggi razziali e, infine, dalla deportazione. Ha narrato la sofferenza per l’abbandono forzato degli studi, la tristezza per gli amici che lo avevano lasciato solo in quanto ebreo, la vita in una cantina per sfuggire ai rastrellamenti, la morte scoperta un giorno, all’improvviso, nel campo di concentramento di Fossoli, i viaggi nei carri e nei treni, ammassati come animali, trattati come se non fossero neanche animali.

Ha raccontato le parole e le raccomandazioni di suo padre: «Siate uomini, non perdete mai la dignità. Ma come si fa a non perdere la dignità quando si ha fame?» ha chiesto ai ragazzi, per poi aggiungere: «Avevo 15 anni e non volevo morire». Particolarmente commovente il momento in cui Terracina ha ricordato la madre, il suo invito a riuscire sempre negli studi, per riuscire poi nella vita e, soprattutto, la sua guancia bagnata di lacrime che si appoggiava e si stingeva a quella del figlio, ugualmente calda di pianto, per l’ultima volta, appena arrivati ad Auschwitz e prima di essere divisi in due file: quella di chi sarebbe stato impiegato nei lavori forzati e quella di chi, invece, sarebbe finito nei forni crematori.

 

Era stanco Terracina, oggi 87enne, alla fine del suo racconto perché, ha rivelato, ogni volta che ripercorre quegli anni spezzati è come se si trovasse di nuovo lì a rivivere quell’abominio, quell’inumanità. Ed è per questo che ha salutato i ragazzi con l’invito a crescere nella solidarietà e a ragionare sempre con la propria testa per essere davvero liberi e per fare in modo che non si ripetano mai simili atrocità.

 

Maria Caterina De Blasis

 

Foto Renzo Dosa