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Sabato 21 Ottobre 2017

Attualità 10:10

Meno negozi e più bar. Confesercenti spiega come sono cambiate le città abruzzesi con la crisi

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Meno negozi tradizionali e più attività legate al cibo. È questa la fotografia delle città abruzzesi dopo dieci anni di crisi, secondo una ricerca condotta dalla Confesercenti su dati Movimprese.

 

Comparando i dati del 2006, ultimo anno pre-crisi, con quelli del 2017, emerge infatti che l’economia abruzzese ha perso 3.838 negozi tradizionali (-16,58 per cento), passando da 23.139 attività censite nel 2006 alle 19.301 del 2017: un dato superiore la media nazionale (-15 per cento). Ma se il retail conosce una contrazione molto forte, è la ristorazione a occupare spazi crescenti nelle economie urbane: in dieci anni le attività food sono cresciute del 12,3 per cento in Abruzzo, passando da 9.635 a 10.826, leggermente al di sotto della media nazionale (+16,8 per cento) in una graduatoria guidata Sicilia (+26,1 per cento), Campania (+22,1) e Puglia (+21,9).

Stabile (-1,4 per cento) il numero dei commercianti ambulanti, mentre cresce del 5 per cento il numero delle attività ricettive (da 1.198 a 1.258 imprese): un dato molto al di sotto della media nazionale, spinta tuttavia a +14,9 per cento dall’esplosione della ricettività delle regioni meridionali (Puglia +76,9, Sicilia +47,7, Basilicata +40,5).

 

Analizzando il dato delle singole province abruzzesi, emerge però un quadro molto variegato. La provincia di Pescara infatti si posiziona al terzo posto in Italia per incremento percentuale del settore turistico: +29,75 per cento grazie alle 602 nuove attività aperte stabilmente in questi dieci anni fra alberghi, b&b e ristorazione: nella provincia adriatica il boom della ristorazione consente – caso pressoché unico in Italia – anche di arginare il calo del commercio, che invece a Pescara e provincia vede i negozi tradizionali crescere dello 0,34 per cento. Boom della ristorazione anche in provincia di Teramo, dove grazie alla spinta di università e città costiere il turismo ha conosciuto un aumento del 14,9 per cento mentre il retail ha subito una contrazione del 10,8 per cento.

Di contro, l’Abruzzo interno denuncia una situazione drammatica: a L’Aquila il numero di negozi è sceso del 42,2 per cento, record in Italia, con un calo considerevole anche nel settore turistico (-7,49 per cento). Più nella media, invece, i numeri della provincia di Chieti, dove i negozi tradizionali sono scesi del 13,5 per cento in dieci anni a fronte di un incremento del 17,4 per cento del settore turistico.

 

La ristorazione fuori casa assume un ruolo sempre più rilevante anche nelle scelte delle famiglie. A fronte di una capacità di spesa scesa in dieci anni del 6,5 per cento, rispetto al 2006 gli abruzzesi spendono di più per ristorazione e ricettività (+1,7 per cento), per le bevande alcoliche e i tabacchi (+0,9 per cento), ma le voci cresciute di più durante la crisi in Abruzzo sono l’istruzione dei figli (+31,1 per cento), le spese per l’abitazione (+3 per cento), i servizi sanitari (+0,5 per cento), a fronte di risparmi consistenti negli acquisti in abbigliamento (-26 per cento), comunicazione (-23,7), mobili e articoli per la casa (-17).

Nel complesso, le famiglie abruzzesi nel 2007 potevano spendere 27.708 euro, contro i 25.908 del 2016: un calo del 6,50 per cento. Eppure ci sono regioni con il segno positivo: Trentino-Alto Adige, Liguria, Basilicata, Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Toscana. Anche se il recupero è avvenuto con differenti intensità: a mettere a segno l’incremento maggiore sono stati i nuclei delle province autonome di Trento e Bolzano, con una spesa media annuale in aumento di 2.493 euro sul 2007. Seguono le famiglie liguri, che nel 2016 hanno speso poco più di mille euro in più (1.026) rispetto a quanto al pre-crisi. Al terzo posto c’è la Basilicata, che registra una spesa media familiare in ascesa di 434 euro sul 2007, poco lontano dagli incrementi di Valle d’Aosta (+389 euro a famiglia) e Toscana (+377). Agguantano – ma per poco – la ripresa anche i nuclei dell’Emilia Romagna, ora assestati su una spesa media di 35.705 euro, 89 euro in più rispetto al periodo pre-crisi.

Tutte le altre 14 Regioni d’Italia, invece, si trovano ancora in rosso, con livelli di spesa media inferiori a quelli del 2007. Anche in questo caso, però, si registrano grandi differenze territoriali. Mentre le famiglie lombarde si stanno avvicinando ai livelli pre-crisi (-163 euro l’anno), in altre Regioni si registrano picchi ben più preoccupanti, al Nord come nel Centro Italia e nel Mezzogiorno. La maglia nera va alle famiglie umbre, la cui spesa media annuale, nell’ultimo anno disponibile, è stata inferiore di -5.711 euro al dato registrato nel 2007. A poca distanza c’è la Calabria (-5.628 euro di spesa media) ed il Veneto, dove il buco del budget familiare si attesta a -4.881 euro. E, oltre al Veneto, tre altre Regioni hanno un deficit di spesa media superiore ai 4mila euro l’anno per nucleo familiare: Sardegna (-4.251 euro), Molise (-4.227 euro) e Marche (-4.037 euro).

 

Viste le diverse dinamiche nei singoli territori, la crisi dei consumi ha contribuito ad ampliare i divari di spesa tra le varie Regioni d’Italia. Nel 2007 la differenza annua tra Trentino Alto Adige e Calabria, rispettivamente la Regione più ricca e più povera d’Italia, si attestava ad 8.350 euro: oggi è di quasi 16.500, il 97% in più. Un aumento che porta la spesa meda delle famiglie calabre ad essere poco più di della metà (il 54%) di quella dei trentini. Ma oltre ad un aumento del divario tra poveri e ricchi, la crisi ha portato anche a far saltare qualche certezza: è il caso del Veneto, che nel 2007 registrava la spesa media più ricca d’Italia. Primato abbattuto dalla recessione dei consumi: la Regione è oggi solo quinta in classifica, superata da Trentino Alto Adige, Lombardia, Emilia Romagna, Valle d’Aosta, Toscana.

 

«I numeri raccolti dalla nostra ricerca dimostrano che l’Abruzzo non è immune dai fenomeni globali che stanno interessando il commercio in tutto il mondo, che gli addetti ai lavori definiscono Apocalypse Retail» spiega Daniele Erasmi, presidente regionale della Confesercenti «le nostre città vedranno senza dubbio meno negozi e più attività legate al tempo libero. Ma il commercio non scomparirà: i consumatori chiedono negozi specializzati, originali, integrati con altre forme di shopping, e per rilanciarsi i negozianti devono cambiare, consorziarsi, specializzarsi, integrarsi con il web. L’alta specializzazione è il cuore della svolta nel commercio, e in questa sfida i negozi indipendenti hanno molte più chance dei centri commerciali o delle catene internazionali il cui prodotto è facilmente reperibile online. Bisogna lanciare un programma strutturale di innovazione del commercio, una sorta di piano “Commercio 4.0”».

 

«Il radicale cambio dei nostri centri urbani richiede una elevata attenzione da parte delle istituzioni» sottolinea il direttore regionale di Confesercenti Lido Legnini «chiamate a prevenire i conflitti fra le funzioni residenziali e il diritto al lavoro. La vocazione delle città sta mutando, e oggi viene richiesto sempre di più un tessuto economico orientato all’accoglienza, alla ricettività, con servizi avanzati in questo campo. L’incremento delle strutture dedite all’ospitalità è un primo segnale di radicamento di questi cambiamenti: siamo invece preoccupati per la difficoltà di recupero del potere d’acquisto delle famiglie abruzzesi, visto che rispetto al 2006 diverse regioni italiane hanno visto aumentare la spesa media mensile: Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Basilicata. Altre regioni come Puglia, Campania, Lazio perdono meno dell’Abruzzo: il ritardo della nostra regione va colmato al più presto con interventi strutturali da parte del governo regionale e di quello nazionale».

 

Redazione Avezzano Informa


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